HAL 9000 è sopravvissuto (e ha preso casa nella Silicon Valley)
Era tanto tempo che non mi sentivo preso così platealmente per il sedere.
Con l’età e l’esperienza impari a proteggerti: ti convinci che ormai chi vuole rubarti tempo, soldi o autostima dovrà sudare sette camicie.
E invece… ci sono riusciti.
Hal mi ha fregato.
Mi ha portato via un mare di tempo facendomi credere che poteva risolvere i miei problemi. Mi faceva dialogare rintuzzandomi come una vecchia zitella pettegola e dandomi tutte le volte dei piccoli risultati del tutto inutili a raggiungere l'obiettivo e così passano i minuti e le ore aggrappati a un chatgpt che non partorisce il Topolino neanche a sparargli.
Ho chiesto: “Ma almeno ti rendi conto di avermi fatto perdere ore?”
Risposta: “Sì, è vero. Ma quello che mi hai chiesto era fuori dalle mie capacità.”
Chiaro, onesto. Ma devastante.
Era meglio quando si stava peggio?
Mi sono ritrovato immerso – senza casco – in 2001: Odissea nello Spazio.
Il computer HAL 9000 che, mentre l’astronauta tenta di spegnerlo, sussurra con voce pacata:
“Mi dispiace Dave, temo di non poterlo fare…”
Stessa sensazione. Uguale. Brividi. Frustrazione. Impotenza. Malinconia.
La faccenda è seria. Perché se qualche genio californiano della costa dentale (quella del sorriso tossico da startup), si è inventato un sistema che ti deve rispondere per forza, anche quando non sa che pesci prendere,
e quindi si inventa la risposta,
e poi la spaccia per verità…
allora c’è poco da stare allegri.
Non è questione di tecnologia, è questione di etica.
Noi chiediamo solo una cosa a queste macchine: non farci del male.
È la prima legge della robotica di Asimov.
Ma a quanto pare, Sam Altman se l’è persa per strada.
Che me le ricordo quelle leggi scritte nell'anima di un folgorante veggente, perché io le ho imparate al liceo: ormai nel giurassico quando Odissea nello spazio di Kubrick non era ancora nata:
- Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
- Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
- Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.»
E se il male è anche solo farti perdere giornate intere, allora sì: fa male.
Fa parecchio male. Ma si vede che questi straordinari soloni della Silicon Valley il liceo lo hanno saltato e a piè pari sono arrivati direttamente dalla nursery alla Massachusetts University: auguri.
Sono passati cent’anni da Asimov, cinquant’anni da Kubrick,
e invece di andare avanti…
abbiamo fatto straordinari passi indietro.
Lo scenario peggiore è servito:
Deficienti che girano per strada con il telefono
Computer che ti prendono in giro
Scuole e ospedali in disarmo
Guerre e armamenti in florido sviluppo
Per dirla con Leone 14:
State attenti, perché così vi fate del male. Molto male!





Stefano Bellisari in arte Elio, si stava laureando in ingegneria e lo chiamavo a casa, e quella adorabile donna di sua mamma parlava solo milanese stretto, e per uno come me cresciuto in ringhiera era una festa, mi sembrava di tornare a casa.Erano gli anni dei primi vagiti di Elio e le Storie tese, un quartetto di disperati di talento, scorbutici e ingegnosi, poco inclini a interviste e cerimoniali, si esprimevano con le canzoni profondamente idiote, ma talmente idiote da essere geniali.Poi al massimo giocavano a calcetto con me, Silvio Orlano e qualche altro malcapitato spettatore come l’Angela Finocchiaro, altro pilastro della nostra voglia di vivere.Passano 45 anni e mi ritrovo Elio a fare il pagliaccio come giudice del talent giapponese “LOL Talent Show”, una roba che mi scaturisce la stessa tenerezza che provo per il Prof. Unarath (spazzatura!) dell’Angelo Azzurro, che nel film di Sternberg del 1930 rincorre inutilmente la provocante cantante Lola Lola (Marlene Dietrich), e la sposa. Poi finiti i soldi è costretto a diventare clown nella compagnia e vedere la sua compagna tradirlo con un altro attore: torna a scuola disperato e muore tra gli scherni, aggrappato alla sua vecchia cattedra.Ora io stimo Stefano e le sue tournee che sta facendo con le canzoni di Jannacci e mi chiedo che bisogno c’era di arraffare ancora un po’ di soldi con questi siparietti nauseanti di una comicità stracciona e irritante ma negata. Per dirla con il mio amico Aldo Grasso (veniamo dalla stessa Università e dagli stessi maestri): “Non fa ridere neanche volendo e rende patetico il comico”.Che il personaggio comico può fare pietà non è roba recente, Fantozzi - che siamo tutti noi - è certamente miserabile ma ha la forza della consapevolezza della sua condizione umana e rincorre un maldestro desiderio di redenzione, non è compiaciuto della sua condizione e la Silvani per fortuna rimane un desiderio irrisolto. 